mercoledi' 15 ottobre 1975


Molto piu' di un concerto

Cosi' abbiamo fatto anche il nostro concerto, lunedi' sera, in un palasport quasi pieno. Ci siamo celebrati un po' pubblicamente, abbiamo avuto anche successo per non voler sembrare trionfalistici, diciamo che tutto e' andato molto bene, dalla musica agli incassi. E piu' che altro la sensazione di essere stati bene, che tutto avesse i toni giusti: soprattutto l'omogeneita' che si e' venuta a creare spontanea tra musicisti pubblico e noi, impostata sulla chiarezza che abbiamo sempre privilegiato durante questo periodo di lotta. Non era certo il caso di fare festa: pare che questo Foglio che ha vissuto libero non possa piu' vivere. certo non esponiamo insipide lamentele, ieri sera assieme e con l'aiuto dei Judas, di Dalla, di Gaslini e del pubblico l'abbiamo dimostrato prima di tutto a noi stessi. Forse per noi e' ancora difficile avere totale consapevolezza di questo epilogo, per ora ci siamo ancora dentro e ci guardiamo in faccia.
E' stato quasi un saluto, forse il modo migliore per fare sentire fino in fondo la nostra presenza nella citta', sul piano politico, dell'informazione libera, dell'impegno culturale e umano. In fin dei conti anche emotivo, per quel che e' possibile. E la musica ci ha molto aiutato. Non ce' stata una parola di troppo, d'altronde, come gia' detto, e' tutto molto chiaro: nessuno aveva bisogno di enfasi e retorica. Gli accenti sono stati molto tranquilli, non si sono dovuti recitare ruoli non veri.
I musicisti hanno espresso fino in fondo la dimensione reale della manifestazione. Si sono sentiti liberi di portare la loro musica come contributo, vissuto fino in fondo, e nessuno ha voluto approfittare della musica per usarla con scopi differenti. La musica non e' stata cosa, oggetto, ma tramite, comunicazione. Ne e' prova anche la partecipazione del pubblico che ha seguito il concerto con un intensita' raramente vista, eliminato ogni distacco.
E' stato compito del complesso dei Judas rompere il silenzio e dare il via alla "festa". I Judas, tornati dopo un lungo periodo di silenzio sulla scena bolognese, con il loro bagaglio di "beat", di cosiddetti tempi d'oro, la scoperta della musica fisica, dello strumento elettrico fino in fondo. Chi non ricorda la singolare tenzone, per il primato dei complessi tra Judas e Pooh? Quindi pensare alle melensaggini dei Pooh di adesso, pieni di successo e vuoti di senso, e di contro la gioia che sanno ancora raccontare i Judas, qualcuno dice "fracassoni", ma sostanzialmente divertiti e divertenti. Vederli sul palco per primi, con quello strano compito di "gruppo di spalla" (quelli che dovrebbero scaldare lambiente per l'ingresso acclamante della star) finalmente rifiutato: ieri sera era diverso, i Judas non avevano invenzioni e trappole per nessuno, erano esattamente loro stessi e sono stati applauditi per questo.
Poi e' arrivato Lucio Dalla, molto elegante, con la sua immancabile coppola e la voce vibrante. Lo si sentiva molto libero, senza alcuna paura, pronto a dare il massimo di se stesso come poi ha fatto. Una presenza scenica fortissima, trascinante, appoggiata dal complesso che sottolinea continuamente ogni azione di Dalla, anche nel silenzio, nel sapere eseguire ogni istanza proposta e a volte improvvisata, nella voce, nella mimica, nella gestualita' a volte un po' caotica, ma sempre intensa, del "capo".
Canzoni note, tratte dagli ultimi dischi, dalla azzeccata collaborazione con Roversi, musica e parole sempre in bilico tra profonda coscienza e tristezza del reale e ironia, sottile, che smorza e nello stesso tempo vivifica. In Dalla resta sempre un'impronta cabarettistica spiccata, soprattutto la totalita' dell'espressivita': tutto si muove e "canta" in Dalla, e la voce e' solo il momento piu' alto; graffiante e malinconica, capace di allargarsi in sonorita' ampie e di spezzarsi fino al parossismo.
L'interpretazione di "A,b,c,d,e,f,g," e' stata forse il momento piu' bello del concerto di Dalla. Un gioco nervosissimo di vocallizzi e di fenomeni privi di significato verbale. Un quadro astratto che ama frammenti concreti, persino naturalistici; il gioco con il clarino, che si presta a oggetto misterioso e che cpmunque e' tutto tranne uno strumento musicale, ha entusiasmato tutto il pubblico. E Lucio si divertiva, giocava davvero, fuori dal mestiere; anche i giovani che fanno parte del suo complesso ridevano durante questo a solo rapidissimo. Poi Dalla ha proposto una trilogia nuova dedicata a Nuvolari. Si' Tazio Nuvolari, che corre in macchina una eterna mille miglia, con accenti surrealistici in un ambiente neorealista: "Nuvola, nuvola, Nuvolari... ". Peccato che l'amplificazione non abbia reso al massimo la bravura di Dalla rendendo ogni tanto difficilmente comprensibili le parole.
Quindi e' stato il turno nostro. Abbiamo raccontato pubblicamente le nostre ultime avventure e abbiamo dato una scadenza alla nostra gia' difficilissima vita.
Preferiamo ricordare, piuttosto, il concerto di Giorgio Gaslini, solo al pianoforte che gia' aveva cantato sotto le mani di Dalla. Musica diversa, espressa quasi interamente dallo strumento. Gaslini e' stato stranamente di poche parole, ha lasciato da parte certi suoi atteggiamenti eccessivamente didascalici per suonare molta musica buona. Un Gaslini vivace e sintetico, con la sua particolare e meravigliosa capacita' di impegno e di profondita', questa volta data totalmente in musica.
Alcuni pezzi di repertorio, vecchi blues, canti di lavoro negri, un omaggio a Jarrett, poi composizioni sue di differenti periodi. Ci ha colpiti soprattutto uno dei suoi ultimi pazzi, "Sunia", estremamente impegnativo sia nell'esecuzione che nell'ascolto. Il pubblico ha risposto molto bene anche a questa prova piu' difficile. Infine alcune interpretazioni libere di canti popolari, per esempio "Batton l'otto" canzone toscana molto antica. Entusiasmante e' stato, poi, il medley conclusivo dedicato alla canzone di lotta e politica: da "Morti di Reggio Emilia" alla cilena "El pueblo unido", nulla e' andato perso, nell'edizone gasliniana, del significato primario e fondamentale delle versioni originali. Scomparse le parole, la comoda chitarra che porti ovunque, il ritmo cadenzato e facile, tutto viene raccolto da un pianoforte a coda che inventa un linguaggio nuovo, personalissimo di Gaslini: da una parte raffinato e colto, dall'altra popolare, libero ed eclettico al massimo, e ha significato in modo puntuale il momento, in un insieme di lotta, di speranza, di tristezza e soprattutto di solidarieta' e partecipazione.